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"L'opera
d'arte", scrive Arturo Martini nel 1917, "
credevo una volta che fosse scatto di nervi, improvvisazione;
invece ora mi accorgo che è pazienza: rifare, riudire,
ritornare, sempre senza insistenza, senza sorpassi
di tempo".
Da
questa osservazione del grande scultore Arturo Martini
iniziò la mia riflessione sulla scultura come alta
espressione artistica, dove l'integrazione tra forma
e materia l'avvicina alla realtà, attraverso la
sua fondamentale caratteristica basata sulla tridimensionalità.
Essa
nasce dalla sua originarietà e non dalla sua originalità,
svelando ciò che si produce (tèchne).
"La
forma esiste già nell'intelletto dell'artista",
affermava Plotino, l'idea dunque, coordinatrice
dell'unità dell'oggetto da realizzare in senso unitario,
diviene entità armonica di bellezza.
La
"Pietra", tra vocazione ed evocazione
per l'arte del "saper fare", fece emergere
nel mio spirito di giovane artista un grande interesse
per l'atto gestuale di sottrarre materia.
La
passione per la scultura nacque in me da ragazzo,
e continuò attraverso lo studio della scultura del
passato, dalla antesignana litolatria per poi passare
alla scultura arcaica, per approdare a quella moderna,
analizzando bassorilievi, altorilievi e tuttotondo
nell'opera dei grandi maestri: Policleto, Mirone
e Lisippo, poi Donatello, Michelangelo e Bernini,
e come ultimi Rodin, Wildt e Martini.
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Negli
anni Novanta l'incontro con il professore Salvatore
Meli, storico docente dell'Accademia delle Belle
Arti di Roma, fu decisivo per la mia formazione
artistica; presso il suo studio, nel cuore dell'Appia
Antica, approfondii ancora "l'arte del togliere",
ma soprattutto il "dialogo" con l'arte
antica, in particolar modo con le opere in pietra,
materiale da me preferito.
Altrettanto
influì nella mia attività di scultore il rapporto
con l'Appia Antica (Regina Viarum), con il suo Parco
naturalistico archeologico che si estende da Roma
fino alle pendici dei Colli Albani, il suo "Genius
Loci" e la sua storia, raccontata come in un
percorso illustrativo piranesiano, in una decostruzione
di frammenti di pietra che emergono dal tempo.
La
Regina Viarum, con il suo bianco Marmo ornato a
contrasto con il grigio Basalto dettato dall'orizzontalità
dei suoi basoli, come depositaria di storia, mi
ha indicato la "Via di percorrenza" da
seguire nel percorso della continua ricerca artistica
verso il futuro antico, sulle eterne tracce di quel
passato incise nelle pietre, "sulle ruine della
magnificenza antica".
Valerio
Capoccia
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