Valerio Capoccia secondo Ivana Della Portella
clicca per tornare alla PAGINA INIZIALE o alle PRESENTAZIONI
|
Non ha l'ottimo artista alcun concetto c'un marmo solo in sé non circonscriva col suo superchio, e solo a quello arriva la man che ubbidisce all'intelletto….
In questo celebre sonetto di Michelangelo indirizzato a Vittoria Colonna, sua consigliera e musa ispiratrice, il Buonarroti riassume un concetto saliente della poetica neoplatonica sull' arte. Secondo tale principio lo scultore non ha in mente alcun concetto, alcuna immagine, che un blocco di marmo non contenga già in sé, oltre alla parte ad essa superflua, che la nasconde.
In sostanza l'Idea contenuta in fieri nella Forma. Valerio Capoccia seguendo un approccio intuitivo piuttosto che intellettivo, giunge al medesimo concetto dell'arte come "levar" per liberare la figura, l'immagine racchiusa nella pietra, nel marmo.
Facce di basalto iconiche come totem nel paesaggio oraziano di villa dei Quintili e dell’Appia Antica. Si dispongono in quello spazio antico come marcandone il confine segnando le ragioni di un confronto basato essenzialmente sulla materia.
Che siano marmi come il greco antico, il carrara, o pietre basaltiche e, finanche sampietrini: di facce di pietra si tratta o meglio di facce pietrificate come la stessa colata basaltica su cui si allunga l'Appia Antica.
Come muti betili nella campagna romana con riottosa baldanza sfidano, in un dialogo tra passato e presente, la nostra arcadica immaginazione e ne scompaginano l'assetto consolidato. Si rompe l'incanto e si trovano ispirazioni varie che come l'Appia si aprono all'Oriente: al mondo egizio, con le sue linearità e le sue asciuttezze, fino a quello africano. Si amplia così il tessuto di rimandi e citazioni per poi ricomporsi su quelle pietre antiche in unico e straordinario sostrato culturale, quello delle origini, del Mediterraneo.
Ivana Della Portella |
clicca per tornare alla PAGINA INIZIALE o alle PRESENTAZIONI