Valerio Capoccia secondo Maria Privitera

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Fare arte oggi. Difficile.

Difficile più che mai il mondo dell’arte, oggi.

Difficile il mercato, difficile trovare il “giusto” linguaggio per parlare al pubblico, ai “pubblici”, come è di moda dire.

 

Valerio Capoccia ha scelto di fare arte ed ha trovato il suo linguaggio.

Il suo incontro con l’arte è nato dall’incontro con una pietra: il peperino.

Una pietra magica amata dagli Etruschi, grigia e luminosa perché ingloba in sé particelle di leucitite e calcare.

Valerio ama la pietra, ama indurre a forma le diverse durezze dei marmi e dei basalti.

La sua arte è arte d’amore.

Un amore che inizia dalla ricerca della “pietra” giusta.

Lungo, lento, il percorso che conduce all’opera fruibile allo spettatore.

 

Valerio le sue pietre se le va a cercare lì dove esse giacciono, tra la terra, tra le rocce.

Le sue pietre le sceglie e le estrae, amorevolmente, faticosamente le porta via alla natura.

Nel suo studio tra le vigne marinesi, alle pendici del vulcano laziale, quelle pietre diventano figure, forme “naturali” -volti, animali, piante- che evocano tempi altri: l’Etruria e l’Egitto, mondi popolari e mondi colti.

 

Una scultura, quella di Valerio Capoccia, che mai rinuncia al colore: la modellazione esalta i cromatismi delle pietre, accarezza e canta i toni e le tinte nascoste nei grigi del peperino, nell’ambra del marmo di Coreno, nei bianchi dei calcarei, nei neri del basalto.

Una scultura, la sua, che è anche pittura.

Le sue opere non vanno raccontate, non hanno bisogno di un critico che le classifichi, che le indaghi e le spieghi.

Le sue opere vanno guardate, accarezzate, sentite.

Ed esse, con la forza del lento percorso che le ha create, raccontano ed evocano.

Direttamente, senza inutili intermediari.

 

L’arte di Valerio Capoccia dona emozioni, parla al pubblico, ai suoi sensi tutti, alla mente come all’anima.

Pietre o bronzi che siano -come le ultime creazioni dell’artista-, queste opere chiedono di essere viste e toccate, solo così potremo sentirne la meraviglia nascosta, l’antico incantamento della materia naturale violata che accomuna l’uomo primordiale che per primo intinse il dito nell’argilla all’Henry Moore che bucò i ventri di madri bronzee o marmoree.

 

Maria Privitera

 

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